Ogni anno in occasione della prima decade di settembre faccio sempre la stessa cosa: prima di riempire l’agenda, guardo i numeri. Voglio capire come si sta muovendo il mondo mentre noi siamo impegnati a far muovere il nostro minimondo aziendale.
Quest’anno partirei dall’intelligenza artificiale, l’AI, dato che negli ultimi mesi il tema è passato da “chissà di cosa si tratta” a “prenderà il sopravvento, aiuto”, lasciando alcuni di noi perplessi. Invece io credo che alla perplessità occorra sostituire l’entusiasmo.
Ci sono, a questo proposito, ricerche che misurano il valore economico e produttivo che stiamo PERDENDO se ci ostiniamo a credere che l’AI non sia un interessante alleato.
A giugno 2026 la Banca d’Italia ha pubblicato un lavoro specificamente dedicato all’adozione dell’intelligenza artificiale e alla produttività, secondo cui l’Italia presenta un livello di adozione inferiore alla media europea e un utilizzo ancora spesso sperimentale; una diffusione ampia e profonda dell’AI potrebbe invece produrre effetti significativi sulla produttività nel medio periodo.
Un altro studio della stessa Banca d’Italia, pubblicato a marzo 2026 e basato su imprese italiane con almeno 50 addetti, arriva ancora più vicino al nostro conto economico: le aziende che adottano l’AI registrano incrementi della produttività del lavoro e della redditività.
E poi c’è un numero che rende la dimensione economica del fenomeno immediatamente comprensibile. Le stime Minsait–The European House Ambrosetti indicano in 115 miliardi di euro il potenziale aumento complessivo di produttività per le aziende italiane associato all’intelligenza artificiale.
Cento quindici miliardi.
Io, da imprenditore, leggerei il dato al contrario: una parte di quel valore rappresenta produttività potenziale che il nostro sistema imprenditoriale rischia di lasciare inutilizzata.
E il nostro minimondo, nel frattempo?
Se fai distribuzione Horeca come il sottoscritto, probabilmente hai già sentito decine di discorsi sull’AI, anche io ne ho parlato proprio su questo blog. Vorrei però portarti su un terreno molto più concreto, quello che ti piace e a cui sei abituato: quanto ti costa continuare a fare manualmente attività che oggi potrebbero essere accelerate, analizzate o supportate dall’intelligenza artificiale?
Non dire che non lo sai… vuoi un esempio? Prendi la previsione degli ordini. Noi lavoriamo con stagionalità, meteo, festività, eventi, variazioni improvvise della domanda e migliaia di referenze. Una lettura più intelligente dei dati può aiutarti a migliorare le previsioni, governare le scorte e individuare anomalie prima che diventino stock fermo o rotture di prodotto.
Questo è il ragionamento che vorrei iniziassimo a fare.
Il costo del ritardo tecnologico difficilmente compare in bilancio con una voce chiamata “mancata adozione dell’AI”: si distribuisce tra ore uomo, errori, stock, lentezza decisionale, opportunità commerciali, marginalità e qualità dell’informazione. Ecco perché lo sotttovalutiamo: non lo vediamo!
Nel frattempo gli altri si muovono: una ricerca commissionata da AWS a Strand Partners della scorsa primavera rileva che il 38% delle PMI italiane aveva già adottato strumenti di AI. Tra le imprese italiane che li utilizzano, il 66% dichiarava un aumento della produttività, ma soltanto il 13% delle aziende italiane era arrivato agli utilizzi avanzati, contro una media europea del 22%.
La partita è ancora molto aperta, apertissima.
Quindi, agenda alla mano, hai ancora tempo per costruire un vantaggio, a condizione di uscire dalla logica del “proviamo ChatGPT” e iniziare a ragionare per processi.
Io partirei da tre domande: dove spendi più ore? Dove perdi più margine? Dove possiedi molti dati e li utilizzi ancora poco? Da qui partirei…
Raccontami se e come hai già adottato soluzioni di AI, aiutami a costruire la community degli imprenditori Horeca, scrivi a mit@ristopiulombardia.it.







