L’otium, il nostro vero lusso

Agosto è sempre stato un mese ambiguo. Anche quando provi a rallentare, la mente continua a restare agganciata all’azienda: controlli il telefono, guardi gli ordini, rispondi a un cliente, pensi ai numeri di settembre e alle strategie per l’autunno. È quasi una deformazione professionale. Noi imprenditori della distribuzione viviamo dentro il movimento continuo e spesso finiamo per considerare il tempo solo in funzione della produttività. Negli anni, ho però capito che agosto può diventare il momento esatto per re-imparare a pensare.

Per spiegare questo concetto mi piace usare una parola antica, una parola latina che oggi suona quasi dimenticata: otium.

Molti la associano al semplice riposo, all’ozio nel senso moderno del termine, ma per i romani aveva un significato molto più profondo e sorprendentemente attuale. L’otium era il tempo sottratto al negotium, cioè agli affari, alle incombenze pubbliche, alla pressione delle attività quotidiane. Era uno spazio dedicato alla riflessione, allo studio, all’osservazione della realtà e alla crescita personale. Cicerone ne parlava come di una condizione necessaria per sviluppare lucidità e pensiero. Seneca sosteneva che un uomo sempre occupato rischiasse di vivere in superficie, senza mai comprendere davvero il senso del proprio lavoro e della propria vita.

Se ci pensi bene, è un tema modernissimo, soprattutto nel nostro settore.

La distribuzione è attraversata da cambiamenti enormi; molti imprenditori passano l’intero anno schiacciati dall’operatività quotidiana. Tutto questo è necessario, naturalmente, ma esiste un rischio che vedo sempre più spesso: perdere la capacità di guardare lontano.

Agosto può essere il momento in cui esci dal rumore di fondo e torni a osservare davvero il mercato. Nei mesi estivi l’Italia diventa un laboratorio straordinario per chi lavora nell’ospitalità. Guardando certi luoghi turistici, certe trattorie di provincia, certi piccoli bar di mare o di montagna, puoi comprendere molto più del futuro dell’HoReCa di quanto emerga in tante analisi teoriche.

Io penso che agosto debba diventare il mese in cui recuperi una sensibilità più profonda.

Può essere il momento giusto per leggere libri che normalmente non avresti il tempo di affrontare, per approfondire temi legati alla sociologia dei consumi, alla storia dell’ospitalità, ai cambiamenti culturali che stanno attraversando il mondo del cibo e della ristorazione. Negli ultimi anni, per esempio, è cambiato il significato stesso della convivialità e i segnali non emergono nelle riunioni operative. Li cogli quando rallenti.

Ecco perché considero l’otium una vera disciplina imprenditoriale. Non è una fuga dal lavoro, ma un modo più evoluto di viverlo. È il momento in cui smetti di reagire continuamente agli eventi e torni a costruire visione. Ti chiedi dove stia andando il tuo settore, quale cultura aziendale vuoi trasmettere, che tipo di relazione desideri creare con i clienti e quale identità vuoi dare alla tua impresa.

Credo che oggi, nel nostro mondo, la differenza tra un’azienda destinata a crescere e una destinata a inseguire gli altri stia proprio qui: nella capacità di interpretare il cambiamento prima che diventi evidente.

E questa capacità nasce quasi sempre nei momenti di distanza dall’operatività quotidiana.

Per questo invito spesso i colleghi imprenditori a vivere agosto in modo diverso, come un tempo davvero strategico. Un tempo in cui osservare di più, ascoltare meglio, recuperare curiosità, attraversare i territori italiani con attenzione, parlare con le persone, entrare nei locali da clienti e non soltanto da professionisti del settore.

L’otium, in fondo, insegna proprio questo: che fermarsi ogni tanto è necessario per tornare a vedere chiaramente.

E in un’epoca in cui tutti corrono, la lucidità diventa forse il vantaggio competitivo più importante di tutti.

Intanto buon otium, se vuoi condividere il tuo modo di osservare il cambiamento, scrivi a mit@ristopiulombardia.it, condividerò l’esperienza con il resto della community.

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